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Ti racconterò mia figlia, malata di osteoporosi gravidica

Caregiver, che parola difficile. L’osteoporosi gravidica piega le giovani madri malate, ma ha un impatto fortissimo anche sulle persone al loro fianco. Cosa diventa l’osteoporosi gravidica, raccontata da un papà, il neopapà, il compagno di una donna malata?E una madre, che vede crollare la propria figlia appena diventata mamma a sua volta, che cosa vede, cosa vive? Antonella è stata accanto a sua figlia, malata di osteoporosi gravidica. Ha ascoltato le sue urla, ha visto i sintomi incomprensibili, l’ha vista scendere agli inferi e risalire. Leggiamo il suo commovente racconto.

 

Ho visto mia figlia crescere e diventare donna e poi madre, una madre speciale il cui obiettivo era oltre l’accudimento impeccabile: riconoscere la persona unica e irripetibile che le stava rannicchiata fra le braccia. L’allattamento esclusivo che scelse era un mezzo per esprimere e costruire sintonia e conoscenza tra lei e la sua bambina.

Purtroppo, la gioia e quel clima sereno e fiducioso giorno dopo giorno andavano lentamente svanendo, lasciando il posto a un’esperienza molto traumatica: l’osteoporosi gravidica, nota anche come PLO. Comparivano i segni e i sintomi di un’estrema fragilità ossea che nulla avrebbe dovuto avere a che fare con una donna nel pieno delle forze.

Ho visto questa figlia felice e consapevole del suo ruolo, lieta, grata, creativa ed ottimista, che pian piano perdeva le forze, che si sedeva sempre più spesso, che sorrideva sempre meno fino a stare con le mascelle serrate per non riconoscere quel dolore che sempre più frequentemente la assaliva. A volte improvvisamente, a volte montando pian piano, per non lasciarla più.

Ora so che quegli urli acuti e strazianti che talvolta sentivo venir dal piano di sotto dove abitava, altro non erano che la reazione ai cedimenti delle sue vertebre che saltavano come i cristalli, sotto lo sforzo di reggere la sua piccina di neanche due mesi. Di neanche quattro chili.

Io non mi spiegavo quella situazione che peggiorava continuamente e sembrava non conoscesse via d’uscita. Quando sarebbe finita? Sempre più dolore, sempre più fatica, sempre più paura… sì, perché c’era quell’aria densa di sofferenza irrazionale, senza senso. Perché non doveva essere così. Perché tutto questo?

Mia figlia era arrivata a poter badare a stento alla sua bambina. “Con un figlio ti si triplicano le forze” pensavo. Avevo paura che dietro quella fatica immensa, quei movimenti calcolati e lenti, quegli occhi che improvvisamente si facevano larghi e si aprivano su un viso contratto da fitte di dolore trattenuto, ci fosse qualcosa di terribile, di denso, pesante, insidioso, un pericolo che intuivo come costituito da nebbia senza contorni, senza identità, sconosciuto e perciò potente. Intuivo giusto, perché il dolore atroce me la stava spegnendo, inerme, impossibilitata a difendersi, non creduta, non ascoltata, minimizzata e alle spalle ridicolizzata.

Neanche io all’inizio l’ho presa sul serio. Quando vedevo tornare il sorriso su quel visino tormentato, speravo si stesse risolvendo tutto, che fosse solo ipocondria che pensando ad altro si riduce. Ma quando i periodi di dolore e di impotenza funzionale presero il sopravvento, le credetti.

L’ultima notte che fece a casa prima del lungo ricovero che portò poi alla diagnosi di osteoporosi gravidica, mia figlia era grigia come il cemento asciutto e parlava con un filo di voce. Poche parole scarne, mi disse: “Mamma, temo che sto per andarmene, ti prego, veglia sulla mia bambina”. Mia figlia credeva di stare morendo. Era stesa a letto, immobile, con una fleboclisi che introduceva in vena un cocktail di antidolorifici che nulla potevano contro quel grosso territorio osseo fratturato ed edematoso: sono dolori umanamente insopportabili.

Ricorderò per sempre le dimensioni dell’anima di quella donna che proveniva da me e di quella bambina che proveniva da lei.

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